Intervento svolto dal presidente del Gruppo di Forza Italia in Consiglio Claudio Parente sul tema del ‘Regionalismo differenziato’
“Mi accingo ad illustrare il pensiero del nostro Gruppo su un argomento vitale per il futuro della nostra Regione, materia rispetto a cui ci approcciamo, forse, con ritardo considerato che fra qualche giorno alcune Regioni del nord formalizzeranno l’iter previsto per ottenere le autonomie ex art.116 - terzo comma, accelerando così i tempi di una questione importante per il Paese che, ritengo, andrebbe portata all’attenzione di tutti, dibattuta ed analizzata ai diversi livelli prima di definirla in termini così stretti e soprattutto poco conosciuti come sta avvenendo per le tre Regioni del Nord (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) che stanno elaborando in modo segreto i loro accordi nelle stanze del Governo e di cui il Parlamento dovrà poi prenderne solo atto.
Sorvolo sulla genesi storica che ha portato alle marcate asimmetrie tra Regioni del nord e del sud, meglio conosciuta come ‘Questione meridionale’ per non dover partire dall’unità d’Italia e per non fare un processo al passato sulle annose ed accertate questioni che hanno fortemente penalizzato il Sud che non solo non ha avuto mai giustizia ma è diventato un sinonimo di assistenzialismo d’accatto.
Un argomento, questo, che mi coinvolge particolarmente essendo un appassionato della Storia del Mezzogiorno tanto da aver creato qualche anno fa anche un Movimento politico culturale denominato volutamente Officine del Sud e che si interessa in modo particolare delle tematiche che interessano il Mezzogiorno d’Italia.
Oggi però bisogna essere concreti e risoluti per evitare che il tema delle autonomie non porti ad una secessione mascherata, perché, per chi ancora non lo avesse capito, le ragioni di fondo che stanno dietro a quello che viene definito regionalismo differenziato sono solo di tipo finanziario per cui le regioni più povere rischiano di diventare sempre più povere a discapito delle regioni più ricche soprattutto alla luce delle motivazioni che la Ministra Stefani, in una recentissima dichiarazione (rispondendo ad un question time) ha addotto e cioè che non ci sarà nessun tipo di problematica e di effetto svantaggioso nei confronti delle altre regioni con il riconoscimento dell’autonomia alle Regioni che hanno già fatto richiesta, perché:
Noi chiediamo, pertanto, che venga attuata la Costituzione anche per come mutata nel 2001, con la modifica del titolo V, stabilendo finalmente dopo 18 anni i livelli essenziali delle prestazioni, determinando la perequazione al 100% e non al 45,8% e non basandola sulla spesa storica come è stato fatto, il tutto a gran discapito dei territori a minor gettito fiscale e quindi assegnando zero fabbisogni dove ci sono zero servizi. Quindi riteniamo che il tema fondamentale della questione che stiamo discutendo è dato dai criteri utilizzati per calcolare i fabbisogni ed assegnare le risorse.Quali saranno? Nel silenzio più assoluto dell’attuale governo possiamo rifarci all’accordo preliminare del febbraio 2018 tra regione Veneto e Governo Gentiloninel quale è stato previsto che, per i fabbisogni standard, si deve far riferimento, oltre alla popolazione, al ‘gettito dei tributi maturato nel territorio regionale’.
Ciò significa che per scuola, sanità e per le altre materie per cui si chiede l’autonomia il fabbisogno sia maggiore dove si produce più Pil. Come dire che un ricco abbia più bisogno d’istruzione ed assistenza rispetto ad un povero, che una scuola di Milano, a parità di studenti, abbia più fondi di una scuola di Catanzaro, che un cittadino di Venezia abbia più tutela sanitaria rispetto ad uno di Reggio Calabria.
Quindi diritti diversi tra cittadini del sud e quelli del nord dove le regioni si trasformerebbero in Regioni-Stato cristallizzando diritti di cittadinanza diversi da quelli di altre aree del paese introducendo cosi il concetto di ‘Stato Federale’ ideologia cara a qualche partito della maggioranza che vorrebbe la trasformazione della Repubblica Italiana che invece è una ed indivisibile. D'altronde non ne fanno nemmeno mistero. Qualche giorno fa il presidente Zaia ha dichiarato che il regionalismo differenziato ‘vale come una riforma istituzionale’ aggiungendo quasi come un avvertimento che su tale riforma il Veneto è indisponibile ad una misura - sue testuale parole: ‘annacquata’. Ma se allora si deve intendere come una riforma costituzionale - anche se io la definirei come un super o meglio un titolo V rafforzato,quindi un déjà-vu della riproposizione dell’errore storico del 2001 di confondere il decentramento amministrativo con il federalismo - come si può accettare che una riforma simile sia decisa da uno, due ministri e tre Regioni? Come si può pensare che una riforma del genere sia fatta senza le cautele che la stessa Costituzione impone?
Le nostre preoccupazioni poi sono aumentate quando abbiamo letto, qualche giorno fa, che il ministro della sanità Grillo - che noi speravamo fosse un baluardo a difesa dell’eguaglianza di accesso ai servizi sanitari, per come aveva fatto intravedere in alcune sue dichiarazioni - si è incontrata con il Ministro degli Affari regionali Stefani e ha detto che ‘sulle proposte di legge sul regionalismo differenziato avrebbe opposto solo qualche appunto sul testo ma solo per metterlo al riparo da eventuali ricorsi alla Corte Costituzionale’ facendo quindi intendere un atteggiamento politico da parte dei 5 Stelle sostanzialmente favorevole al provvedimento come a dire che i paladini del sud, quelli che hanno fatto incetta di voti al sud con promesse di ogni tipo, si stanno spaventando dalle minacce della Lega e quindi sono pronti a calare le brache.
Da quanto è spifferato, avremmo voluto chiedere allora alla ministra Grillo:
Quando un cittadino del sud si ammala come farà a curarsi anche se gode del reddito di cittadinanza?
Allora dico prepariamoci ad una battaglia prima di tutto di civiltà.
Noi non siamo per l’assistenzialismo fine a se stesso, anzi siamo per il più ampio decentramento amministrativo dei servizi che dipendono dallo Stato, riconoscendo il valore delle autonomie locali a condizione però che ci sia l’unità giuridica e l’unità economica e quindi la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono prescindere dai confini territoriali o dai governi locali.
Detto questo, la Calabria potrebbe accettare la sfida promuovendo l’autonomia differenziata per alcune materie dove si ritiene di poter aumentare l’efficacia e l’efficienza nell’uso delle risorse, senza però intaccare il requisito di solidarietà nazionale, concetto che apre il discorso sulla perequazione, al fine di poter competere poi con le altre Regioni.Quante dovrebbero essere queste risorse e chi e come lo stabilisce? Qui si apre un altro tema in materia di residuo fiscale in quanto le Regioni del nord si calcolano il saldo tra entrate e spese pubbliche omettendo di includere in questa voce la componente di spesa più rilevante negli ultimi 20 anni e cioè la quota di interessi da corrispondere ai titolari del debito pubblico. Questa è una posta contabile che rappresenta una spesa per lo Stato per cui il saldo da considerare deve tener conto di questa voce che porterebbe la richiesta della Lombardia da 40 miliardi a circa 13 miliardi, così come per il Veneto e l’Emilia Romagna che hanno chiesto sui 13 miliardi, il residuo fiscale sarebbe di circa 2 miliardi (dati rapporto SVIMEZ 2018).
Non vorremmo che alla fine le Regioni del sud pagassero anche la parte di interessi del debito pubblico delle Regioni del nord mentre loro si incassano la quota fiscale che producono nelle loro regioni.
In altre parole noi siamo perché sia mantenuta l’unità giuridica ed economica attraverso il conferimento delle relative risorse finanziarie e quindi siamo per una autonomia rafforzata più che differenziata che per essere attuata non può prescindere da alcune clausole preliminari da inserire nella legge da presentare alle Camere per come dirò dopo.
In particolare:
Queste clausole e criteri ci permetterebbero di fare una battaglia di civiltà ed accettare la sfida del nuovo federalismo, perché dobbiamo cancellare l’immagine del sud che si lamenta, inconcludente, clientelare e che non sa amministrare. Dobbiamo dimostrare di essere una classe dirigente capace di risollevare le sorti della nostra regione, e quindi chiedere l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni di autonomia ex art.116, terzo comma della Costituzione, per:
Pertanto noi proponiamo una iniziativa legislativa del Consiglio regionale, presentata direttamente alle Camere, sulla base del disposto dell’art. 121, secondo comma, assumendoci in questo modo la responsabilità di scelte che cambieranno, speriamo in meglio, il futuro delle prossime generazioni. Su questo credo, come dicevo prima, ci dovremmo misurare come classe dirigente, per evitare di raccogliere le briciole di quello che rimarrà dalla spartizione tra le varie Regioni”.
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